Dizionario Geografico Fisico
della Toscana
di Emanuele Repetti

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Numero Scheda:14330 / 1212
Denominazione:Castiglion, Castiglione della Pescaja - Bruna - Via Aurelia Nuova, Via Emilia di Scauro, Via Romea e Francesca, Via Regia e Provinciale Emilia
Toponimo IGM:Castiglione della Pescaia - Fiume Bruna
volume - pagine:v. 1; 5; 6S, p. 366, 601 - 604; 709 - 713; 35, 65, 272
comune - provincia:CASTIGLIONE DELLA PESCAIA - GR


CASTIGLION DELLA PESCAJA nel litorale di Grosseto. Castello con sottostante borgo e piccola darsena, capoluogo di una nuova Comunità e di Vicariato Regio con pieve (S. Giovanni Battista) nella Diocesi e Compartimento di Grosseto.
Il castello o rocca di Castiglione è situato a 120 braccia sopra il livello del mare, sulla cima di un colle scosceso dal lato del littorale, nel cui fianco settentrionale trovasi il fabbricato del vecchio paese, mentre alla sua base orientale giace il nuovo borgo lungo l'emissario del padule di Castiglione, che termina in un piccolo molo protratto nel mare.
Trovasi nel grado 28° 32' 5'' di longitudine e 42° 46' di latitudine 12 miglia toscane a ponente di Grosseto, 30 a scirocco-levante di Piombino e 25 miglia toscane a ostro di Massa Marittima.
Non si ha notizia di Castiglione prima del secolo IX, abbenchè la sua posizione, la scoperta di alcuni cimeli e gli avanzi di un antico acquidotto rendano assai probabile l'esistenza costà sino dai tempi romani di un castello il cui nome potè verosimilmente essere comune a quello della contigua laguna e fiumana di Prelio, o Prile appellata prima che si dicesse della Pescaja.
Comunque sia la più vetusta memoria superstite del padule chiamato della Pescaja reputo esser quella registrata in un privilegio concesso dall'imperatore Lodovico Pio, nell'anno 815, o piuttosto (ERRATA: 833) 830, alla badia di S. Antimo in Val d'Orcia, cui assegnò in feudo porzione del padule con il poggio di Castiglione della Pescaja e luoghi limitrofi sino alla valla dell'Ampio; fra i quali possessi è credibile che fosse compresa la pieve di Castiglione. Avvegnachè Arrigo III, nel 1051, confermava alla badia medesima il padronato della chiesa di S. Giovanni in Piscaria, vale a dire, della parrocchiale di Castiglione.
Apparisce pertanto da ciò, che la Pescaja di Castiglione esisteva molti secoli innanzi che la Repubblica senese facesse costruire, attraverso alla così detta Fiumara del padule attuale, una Pescaja, della quale, al dire del Ximenes, Castiglione ricevè lo specifico suo nome.
Ce lo dimostra senza equivoco un placito pronunziato nel 1163 da Rainaldo arcivescovo di Magonza legato imperiale in Toscana a favore dei monaci di S. Antimo per aver essi reclamato contro i longobardi di Buriano il possesso del padule della Pescaja.
Se a questo Castiglione si vuole applicare uno istrumento del 18 aprile 973, col quale il marchese Lamberto figlio del fu marchese Ildebrando alienò ai monaci del Montamiata per diecimila lire 45 corti, fra le quali quella che possedeva in Campagnatico, in Buriano, in Grosseto, in Alma e in Castiglione, converrebbe fare rimontare al secolo X la prima notizia di questo castello.
Anche i registri Vaticani rammentano Buriano e Castiglion della Pescaja fra i luoghi del contado Rosellano tributari della Sede Apostolica, come quelli che dipendevano dalla badia di S. Antimo, immediatamente soggetta alla Santa Sede. - Vedere BURIANO.
In seguito, nei distretti di Buriano, della vicina Badiola al Fango e di Castiglion della Pescaja, acquistò dominio la Repubblica Pisana, che sino alla fiumara di Castiglione un dì estendeva la sua civile giurisdizione.
Tanto è vero che le cronache di Pisa, all'anno 1290, riportano che i Pisani andarono a oste al palazzo di Grosseto, situato sulla foce della steccaja per due tiri d'arco distante da Castiglione.
Il quale aneddoto prova che sino da quella età il distretto comunitativo di Grosseto arrivava, siccome oggi arriva, presso al nuovo ponte della cateratte che attraversa l'emissario del padule, poco innanzi di entrare in Castiglione.
La Repubblica pisana continuò a dominare in questo paese sino al 1404, anno in cui i Castiglionesi si dettero spontanei alla Signoria di Firenze; che mantenne costà una compagnia di armati, la quale, non ostante la ribellione dei Castiglionesi, nel 1431, conservò alla Repubblica fiorentina il possesso del sovrastante fortilizio.
Sennonchè, nel 1447, dopo qualche giorno di assedio essa dovè aprire le porte all'esercito comandato da Alfonso rè di Napoli, per di cui conto vi stette un presidio sino a che, nel 1460, quel rè fece consegnare Castiglione e l'isola del Giglio al legato del pontefice Pio II, il quale regalò l'uno e l'altro paese con libero dominio al nipote Antonio Piccolomini d'Aragona, che poco appresso cedè al fratello Andrea e suoi discendenti. Ne era signore un Piccolomini duca d'Amalfi, quando Cosimo I, (ERRATA: nel 1554) nel 1558, acquistò in compra per 30000 lire l'isola del Giglio e Castiglione della Pescaja, tolti entrambi ai Francesi dai soldati Spagnuoli, che cederono le due piazze alle milizie Medicee.
L'occupazione di Castiglione fatta dal duca di Firenze pose in costernazione il governatore di Siena luogotenente del re di Francia, il quale d'allora in poi pensò di mutar contegno con Cosimo, cui offrì di devenire a un formale trattato di tregua con la promessa eziandio di ben vicinare con il distretto di Castiglione di Pescaja.
Non corse molto tempo che Cosimo I divenuto signore assoluto dello Stato senese rilasciò, come in feudo, a Eleonora di Toledo sua consorte Castiglione della Pescaja con tutto il padule. Dato quest'ultimo in affitto dalla nuova padrona, gli accollatarj cercarono tutte le vie di accrescere il privato profitto della pesca senza valutare il danno dell'universale. - Vedere PADULE di CASTIGLIONE della PESCAJA.
Il granduca Ferdinando I con l'intenzione di riparare ai perniciosi danni che apportava ai Castiglionesi il ritardato scolo di tutte le acque della pianura di Grosseto, per il rialzamento fatto alla pescaja, (la quale in origine fu costruita per l'uso della molina) ne ordinò la distruzione. Vero è altresì che i fittuari della pesca del padule trovarono modo di eludere la volontà del principe, siccome due secoli dopo restarono quasi paralizzate le benefiche operazioni comandate dal Rigeneratore della Toscana Leopoldo I. - Da questo sovrano Castiglione ebbe tra gli altri doni quello di acque salubri e perenni, portate per acquedotto da una distanza di cinque miglia sino alle porte del castello.
Ma l'opera che diede impulso, e fu l'aurora del giorno per tanti secoli dagli abitanti di Castiglione e delle Grossetane Maremme desiderato, fu quella invocata dalla munificenza di Leopoldo II felicemente regnante, allorchè visto il prospero successo delle cateratte mobili costruite nel 1826 sulla fiumara di Castiglione col fine di impedire la malefica promiscuità delle acque salse con le palustri, segnò nel novembre 1828 il memorando decreto del bonificamento della Grossetana Maremma. - Vedere GROSSETO.
Comunità di Castiglione della Pescaja. - Questa Comunità fu eretta con la notificazione del 1832, staccando da quella di Grosseto il popolo e territorio del capoluogo, i distretti parrocchiali di Tirli e di Colonna della Comunità di Gavorrano a cui fu unita la soppressa Comunità di Scarlino meno il territorio di Buriano aggrgato a Castiglion della Pescaja.
Ha una superficie territoriale di 60147 quadrati, 869 dei quali sono occupati da strade, da letti di torrenti e di fossi, senza valutare il padule di Buriano che è un'appendice a quello di Castiglion della Pescaja, il quale, mercè le grandiose operazioni idrauliche ordinate da Augusto regnante, nel breve giro di tre anni è stato quasi intieramente bonificato.
Nell'anno 1833 stavano nella superficie suindicata 1473 abitanti a ragione di 20 individui per ogni miglio quadrato di suolo imponibile.
Il capoluogo è situato sull'estrema punta australe del territorio, tre tiri d'arco lontano dal territorio comunitativo di Grosseto, siccome lo era all'epoca che vi dominavano i Pisani nei secoli XIII e XIV.
Confina con tre comunità. Dal lato di scirocco con quella di Grosseto, a partire dal lido del mare sulla ripa sinistra della Fiumara sino oltrepassato lo sbocco del fosso Navigante; dopo il quale passa sulla destra sponda dell'emissario del padule di Castiglione, la cui gronda occidentale costeggia quasi in linea parallela al fosso della Strossa; e di là rasentando per due miglia le colmate paduline di Buriano va incontro al torrente Sovata dove trova la Comunità di Roccastrada. Con quest'ultima fronteggia dal lato di levante mediante il torrente preaccennato, contro la di cui corrente cammina verso il monte, sino alla Badia vecchia di Sestigna. Costà voltando faccia a settentrione abbandona alla destra del Sovata la Comunità di Roccastrada, e trova quella di Gavorrano.
Con quest'ultima, piegando tosto da settentrione a maestro, entra nel torrente Rigo, col quale scorre tra i poggi che stanno fra Tirli e Caldana a che separano il bacino di Grosseto, ossia la valle inferiore dell'Ombrone, dalla Maremma Massetana. Giunta alle sorgenti dell'Alma, per la stessa fiumana le anzidetta Comunità camminano di conserva verso il mare che trovano alla bocca dell'Alma. Da questo punto volgendo la fronte a ponente si dirige lungo il littorale fra il promontorio e gli cogli della Troja; e di là piegando da ponente a ostro-libeccio sino alla Fiumara di Castiglione, il territorio di questa Comunità percorre per dieci miglia il lembo del Mediterraneo.
Se voglia eccettuarsi la limitata pianura che ha questa Comunità dal lato di levante verso la gronda occidentale del padule omonimo, e un poco più estesa della parte di ponente intorno ai piccoli paludetti di Pian d'Alma, di Gualdo e di Pian di Rocca, la maggior parte del suo territorio può dirsi coperta da poggi elevati o da umili colline, nella cui ossatura predomina il macigno o arenaria micacea. - Della qual roccia è formato il promontorio su cui risiede Castiglione, e generalmente tutto lo sperone che scende fino a costà dai monti superiori di Tirli, e dal diruto convento o eremo di S. Guglielmo, alternando fra loro i strati di macigno micaceo con quelli di schisto marnoso e più di rado con la calcarea compatta (alberese), la quale si affaccia in forma di rupe alla punta delle Rocchette, fra il promontorio della Troja e la fiumara di Castiglione.
Fra i maggiori corsi d'acqua che passano per questo territorio vi è, a ponente il fiumicello Alma; a levante il Sovata, e a settentrione il Rigo. Il Sovata fu nuovamente arginato, e al Rigo fu aperto un nuovo letto.
Fra le strade rotabili, oltre quella grandiosa che viene da Grosseto, avvi l'antica Aurelia che prosegue lungo il littorale sino al Pian di Rocca, dove cavalca i poggi che fiancheggiano la vallecola di Alma.
In mezzo a tanta spopolazione è facile prevedere una grande scarsità di coltivazione in cotanto vasto paese, dove i cignali, i lupi, le faine, le volpi e altri dannosi quadrupedi signoreggiano in mezzo a impenetrabili macchie di cerri, lecci, di sughere, ornielli, albatri, scope, sondri, marruche, olivastri e viti salvatiche.
Tali sono le piante principali, da cui è rivestita la parte montuosa, mentre lungo il littorale esiste tuttora fra gli olezzanti mirti, mentastri, ginepri e ramerini una pineta, che sino dai tempi romani ornava il lido del mare inferiore, siccome tuttora altra consimile fa corona al mere superiore nella provincia Ravennate.
Quindi è che il prodotto dei boschi, sia per fide di pascoli, sia per doghe di sughere, sia per cenere di potassa, sia per legname da costruzione o per carbone, costituisce la massima risorsa territoriale di questo suolo; una piccola parte del quale nelle vicinanze di Castiglione è piantato a viti con qualche oliveto e altri pochi alberi da frutto fra i campi di semente e gli ortaggi.
Non piccolo mezzo di risorsa traggono i Castiglionesi dallo scalo che offre il canale della Pescaja ai piccoli bastimenti pescherecci o a quelli che vi si riparano in tempo di traversie: mentre molti altri si dirigono costà per caricare le granaglie, il legname, il carbone, le ceneri di potassa ed altri generi, o per recare all'estero quelli che mancano alle popolazioni della Maremma Grossetana.
Sono compresi nel territorio di questa Comunità i castelli di Buriano, di Colonna e di Tirli, le vestige di Castel Maus in Alma di Poggio, e quelle di Alma nel piano omonimo presso il promontorio della Troja. - Vedere ALMA. Fra gli antichi monasteri di questo stesso territorio, sono da rammentarsi, la badia di S. Bartolomeo di Sestigna, detto oggi la Badia vecchia di Colonna e l'eremo del diruto convento di S. Guglielmo, noto una volta sotto la denominazione di Stabbio di Rodi. - Vedere BADIA di AEATIGNA, e EREMO di S. GUGLIELMO.
In Castiglion della Pescaja risiede un Vicario Regio che estende la giurisdizione criminale anche nelle potesterie di Gavorrano, e di Giuncarico, dipendente per buon governo e per esecuzione immobiliare dal Commissario Regio di Grosseto, dove è la sua Ruota civile e criminale, l'ufizio dell'opere idrauliche, quello dell'esazione del Registro e la conservazione dell'Ipoteche.

POPOLAZIONE della Comunità di CASTIGLION della PESCAJA a due epoche diverse (1)

- nome del luogo: Buriano, titolo della chiesa: S. Maria Assunta (Pieve), abitanti nel 1745: n° ignota, abitanti nel 1833: n° 332
- nome del luogo: CASTIGLION della PESCAJA, titolo della chiesa: S. Giovanni Battista (Pieve), abitanti nel 1745: n° 194, abitanti nel 1833: n° 495
- nome del luogo: Colonna, titolo della chiesa: SS. Simone e Giuda (Pieve), abitanti nel 1745: n° 130, abitanti nel 1833: n° 283
- nome del luogo: Tirli, titolo della chiesa: S. Andrea (Pieve), abitanti nel 1745: n° 315, abitanti nel 1833: n° 363
- totale abitanti nel 1745: n° 639
- totale abitanti nel 1833: n° 1473

(1). La statistica della popolazione della Comunità di Castiglion della Pescaja all'epoca del 1640, quand'era feudo, meno Colonna, non è da noi conosciuta; siccome manca quella di Buriano all'anno 1745, che apparteneva allora al principe di Piombino.

CASTIGLION DELLA PESCAJA. In fine dell'Articolo si corregga. In Castiglion della Pescaja risiede un potestà dipendente dal vicario R. di Grosseto, dov'è pure la sua cancelleria Comunitativa.
La Comunità di Castiglion della Pescaja nel 1833 aveva 1475 individui, e nel 1845 contava 1774 Abitanti cioè:

Buriano, Abitanti N. 402
CASTIGLION DELLA PESCAJA, Abitanti N.° 617
Colonna, Abitanti N.° 319
Tirli, Abitanti N.° 436
TOTALE, Abitanti N. 1774

BRUNA (Salebro, Brona, Bruna flumen) Fiume nella Maremma grossetana, che nasce da un lago, e muore in un padule. Il lago è detto dell'Accesa, il padule è quello di Castiglione; il primo innocuo, l'altro pestilenziale, ma che cesserà di esserlo mercé le grandi e Regie opere idrauliche che lo vanno attualmente colmando. - Vedere ACCESA, e PADULE di CASTIGLIONE della PESCAJA.

BRUNA (Salebro, Salabrone, Bruna fiume). - Si aggiunga. - È questo l'immissario maggiore del Padule di Castiglion della Pescaja, dal quale nel medio evo e innanzi ancora prese il titolo il paese di Salebrone, o Salabrone, poi Castiglion della Pescaja. Altra volta dubitai che allo scalo di Salabrone, troncato forse dai copisti in Labrone, intendesse riferire Tullio Cicerone in una lettera spedita a Quinzio suo fratello in Sardegna. - Vedere LIVORNO.

VIA AURELIA NUOVA, VIA EMILIA DI SCAURO, poi VIA ROMEA E FRANCESCA, ora VIA REGIA e PROVINCIALE EMILIA. - Fra le oscurità delta storia antica di Roma, una mi sembra quella di non potere conoscere con chiarezza l'andamento preciso delle Vie Militari, ossia Consolari, le quali sotto il governo della Repubblica e dell'Impero attraversavano la Toscana. Fra le medesime mi limiterò alla Via Aurelia nuova, tracciata per le nostre Maremme ed alla Via Cassia che guidava a Chiusi, e quindi dirigevasi a Firenze.
Che se dell'epoca e dell'andamento della Via Aurelio vecchia, che da Roma terminava al Foro Aurelio presso Montalo, abbiamo notizie sufficientemente concordi, non è per altro da dirsi la cosa medesima dell'autore e dell'andamento preciso dell' Aurelia nuova, la quale appunta doveva percorrere il littorale della Toscana attuale, a partire dal Foro Aurelio fino il comune occidentale dell'Italia romana, confine che nel secolo VI di Roma terminava verso settentrione con l' Arno a Pisa.
Per altro, che cotesta Via Aurelia ai tempi dell' Impero romano si distinguesse in Vecchia e nuova, non ne lascia dubbio un' iscrizione posta alla base marmorea di una statua innalzata dal senato e popolo di Tivoli sotto l' impero di Adriano oppure di Antonino Pio a C. Pupillo Caro figlio del console C. Pedone, nella quale si leggeva fra le molte magistrature da esso coperte anche quella di essere Curatore delle Vie Aurelia vecchia e nuova.
Ma chi fosse stato il primo continuatore della Via Aurelia? fino dove arrivasse la nuova e per quali luoghi delle toscane Maremme precisamente passasse, ciò è nascosto in gran parte nelle tenebre dell' istoria; giacché le tracce lasciateci dal così dello Itinerario di Antonino, o dalla Tavola Peutingeriana, oltre di essere quei documenti inesatti nei nomi dei luoghi e nelle distanze, spettano entrambi ad epoche troppo lontane dalla loro costruzione, ed anche dai primi restauri delle stesse Vie Consolari.
Il chierico Giovanni Targioni Tozzelti discorrendo nel T. IX de' suoi Viaggi per la Toscana delle Vie Romane che vi passavano, ridusse quelle a due classi, cioè, alle Vie Militari e alle Vie Municipali; inoltre fra i libri più antichi che ne trattano, citò anche la Geografia dell'Anonimo Ravennate, dove descrivendosi il Periplo del mare Mediterraneo, (Libro IV.) non solo vi si trovano convertite in città le mansioni, o poste delle antiche strade militari, ma ancora vi si leggono stroppiati i nomi peggio che non fecero gli autori o copisti della Tavola Peutingeriana e dell'Itinerario di Antonino, opere entrambe contemporanee all' Impero di Teodosio, o a quello di Arcadio e di Onorio.
Importantissima poi, ed al caso nostro ci sembra la notizia che Targioni ne forniva allorché, discorrendo egli della soprintendenza alla costruzione e mantenimento delle Vie militari (Curatores Viarum) soggiunge, che quell' impiego era conferito a personaggi di merito distinto. Tale infatti fu quel C. Popilio Caro figlio del console C. Pedone stato Curatore non solo delle Vie Aurelia vecchia e nuova, ma ancora della Via Cornelia e di quella Trionfale. E molto innanzi del Curatore C. Popilio aveva coperto la stessa magistratura G. Cesare che fu, per testimonianza di Plutarco, Curatore della Via Appio. Cosi l'Imperatore Augusto, come asserisce Svetonio, era stato Curatore della Via Flaminia, ed è noto che ottennero in seguito cotesta magistratura gl' Imperatori Trajano, Adriano e Antonino Pio, il primo de' quali, per asserto di Dione, riparò con magnificenza anche la Via Appia.
Correva il quarto consolato dell' Imperatore Tiberio (anno ai di G. C.) quando Domizio Corbulone ex pretore di Roma, si querelava in Senato, che molte strade d'Italia, per frode degli appaltatori e per incuria de' magistrati, essendosi rese impraticabili egli si assumerebbe volonteroso l' incarico di restaurarle; lo che essendo stato a lui accordato, riesci di giovamento al pubblico, ma di danno a molti, contro l'avere, e l'onor de' quali Corbulone molestava per via di condanne, o mediante l'asta pubblica. - Clamitando (diceva Tacito) executionem ejus negotii libens suscepit; quod haud perinde publice usui habitum, quam exitiosum multis, quorum in pecuniam atque famam damnationibus, et hasta saeviabat. - (C. TACITI, Annal. Lib. III. cap. 31.)
Coteste ultime espressioni dell' annalista romano per avventura ci scuoprono il modo che allora dal senato di Roma si teneva nell'accordare la costruzione, o riparazione delle grandi strade d'Italia, le quali si davano in appalto dai respettivi curatori; né il senatore Corbulone fu più generoso degli altri quando esibì di restaurarle, tostochè ciò eseguiva non già a spese proprie, sivvero multando e condannando i possidenti frontisti che dovevano contribuire all'opera.
Quindi anche meglio si spiega una iscrizione inserita nella raccolta di Grutero alla pag. CXCIX I, a tenore della quale un magistrato quadriumvirale formato di uomini consolari, d'ordine dell'Imperatore Traiano, che ivi è qualificato Curatore delle Vie, fece porre nel 5.° suo consolato (anno 103di G.C.) i cippi terminali non solo lungo la Via Troiana ma nell' Appia, dove contribuirono per comunità (Oppidatim) i Bruzzi ed i Salentini (le Calabrie e la provincia d'Otranto) fino all'estremo confine dell' Italia, includendovi i paesi di Reggio, di Squillaci ecc.
Che poi spettasse fino dal tempo del primo imperatore al senato di Roma l'ordinare la costruzione dei ponti e delle pubbliche vie, lo dichiara per tutti un' iscrizione esistente tuttora in Roma al ponte Quattro Capi, già detto Fabricio, che dice: (ex GRUTERO pag. CLX. 3.)

L. FABRICIUS C. F. CUR. VIAR.
FACIUNDUM CURAVIT
Q. LEPIDUS M. F. M. LOLLIUS M. F.
COS. (avanti G. C. anni 21)
EX S. C. PROBAVERUNT.

In conseguenza Svetonio intese a dimostrare la generosità di Cesare Augusto, allorché questi ebbe cura di far selciare la via Flaminia da Roma a Rimini, nel tempo che affidava l' incarico delle strade consolati a quei cittadini più illustri, i quali durante il loro consolato ottenevano gli onori del trionfo, obbligandoli a restaurare le vie militari coi denari levati dalle spoglie dei nemici.
Quindi apparisce la magnanimità di G. Cesare, il quale, al dire di Plutarco, mentre fu curatore dell' Appia, la regina delle Vie militari, molto denaro vi spese.
Governava la Toscana a nome dell'Imperatore Adriano T. Elio Antonino, nel cui trono quest' Minio poi succede sotto nome di T. Elio Adriano Antonino Pio, allora quando fu restaurata la Via Cassia vecchia, prolungandola dai confini di Chiusi, e precisamente dalla mansione ad Statuas (sotto Montepulciano) sino a Firenze, cioè, per il tragitto di 81 miglia romane, equivalenti a miglia 64 4/5 toscane, mentre lo stesso T. Antonino dopo salito sul trono di Roma fece restaurare ed ampliare la Via Aurelia nuova, che volle chiamare (forse per la prima volta) Via Emilia amebe nella Maremma pisana.
Infatti é nota a tutti coloro che visitano il celebre Camposanto di Pisa l' iscrizione esistente nel cippo miliare trovato sulla Via Emilia in Val di Fine col numero delle miglia 188 alla distanza da Roma, nel qual cippo non solo si legge il nome dell' Imperatore Antonino Pio e l'epoca in cui essa via fu restaurata, ma ancora il titolo datole di Via Emilia, titolo ripetuto nel cippo contiguo, cioè al miglio 187° da Roma, trovalo in luogo detto al Crocino, dove al tempo di Gio. Targioni esso era tuttora in posto con la seguente indicazione:

VIA AEMILIA A ROMA.
M. P. CLXXXVII.

Arroge a ciò una lapida pubblicata dal Grutero (pag.CCLIII. 7.) spettante ad un curatore di Vie, nella quale si tratta della dedica da esso fatta all' Imperatore T. Antonino Pio nel suo secondo Cons. (vale a dire nell'anno 139 di G. C.)
Ho detto che probabilmente l'Imperatore medesimo fu il primo a qualificare per Via Emilia il tronco dell' Aurelia nuova mentre non solo Cicerone, ma Balbo, Flavio Vopisco, Rutilio Numaziano ed altri scrittori dei primi secoli del R. impero chiamarono Aurelia non solo la vecchia, ma la sua continuazione, ossia la nuova, al pari di quella che aprì il Cons. Emilio Scauro da Pisa per Luni fino a Tortona.
Balbo inoltre nell'opera de Coloniis, ecc. ci fornì la notizia, che Augusto essendo ancora triumviro reparti ai soldati delle romane legioni vincitori alla battaglia di Avo una parte dei campi e delle selve nella Campania, e lungo tutta la Via Aurelia (cioè, vecchia e nuova). - Vedere LUNI, PISA e VOLTERRA.
Rispetto alla qual Via, io dissi altrove, che restava sempre a sapere da qual punto, ed in qual modo Emilio Scauro nel tempo del suo proconsolato nella Gallia Togata, o Cisalpina, poteva intraprendere la continuazione della Via Aurelia nuova, tostochè quella sua magistratura accadeva nell'anno 639 o 640 di Roma (114 avanti G. C.) vale a dire 55 anni dopo essere stata dedotta in Pisa una colonia di diritto latino; ed in un tempo in cui il municipio pisano estendere dovevasi a ostro fino al fiume Fine, mentre verso maestrale abbracciava tutto il seno della Spezia, già porto di Luni. - Vedere gli Articoli LUCCA e LUNI.
Ai quali riflessi qui aggiungerò: che se a quel tempo il territorio di Pisa era riunito all'Italia romana insieme a quello di Luni, M. Emilio Scauro non poteva durante il suo proconsolato usurparsi uno dei diritti più solenni riservati (almeno allora) ai censori di Roma. Alla quale magistratura è noto che spettava la costruzione, custodia e restaurazione delle Vie urbane e consolari comprese dentro i limiti dell' Italia d'allora, limiti che terminavano dalla parte del mare Tosco con quelli del contado di Pisa, esclusa la città di Lucca ed il suo territorio.
Altronde Strabene dopo avere accennato nella sua geografia (Lib. V) i lavori idraulici da M. Emilio Scauro intrapresi mentre egli era proconsole nella provincia a lui assegnata, cioè quando asciugò la pianura palustre fra Parma e Piacenza, soggiunge: essere quello stesso Scauro che lastricò la Via Emilia da Pisa ai Sabati e di là a Tortona. Con le quali espressioni sembra che il greco geografo volesse riunire in un solo due fatti dello stesso Scauro, sebbene accaduti in due tempi diversi, voglio dire la costruzione della Via Emilia fuori dell' Italia durante il suo proconsolato (anno di Roma 640) e la continuazione della Via Aurelia dentro i limiti dell'Italia suddeta, cioè tino al confine di Pisa, eseguita da M. Emilio Scauro cinque anni dopo, quando egli era censore di Roma.
Infatti Aurelio Vittore, o chi per esso, ci avvisò, che M. Emilio Scauro nell'anno 615 U. C. ottenne la carica di censore.
In tal caso dovendo noi attribuire a Scauro medesimo la continuazione della Via Aurelia nuova, non solo dentro i confini dell' Italia romana, ma ancora fuori della medesima sino a Tortona posta nella Gallia Cisalpina o Togata, ne consegue, che la costruzione del primo tronco di essa Via dentro il territorio pisano, fra il fiume Fine e la Lunigiana, avrebbe dovuto accadere circa 5 anni dopo il prosciugamento delle paludi del Parmigiano, eseguito, come dissi, dal cons. Emilio Scaltro nel 640 di Roma. Alla qual epoca pertanto, secondo l'avviso datoci da Strabone, fu continuata la Via Aurelia nuova, o dirsi voglia Emilia di Scauro che passare doveva non già per la Riviera di Genova, come molli opinarono, ma varcare l' Appennino pontremolese, come in una lettera pubblicata nell'Antologia di Firenze, fascicolo del giugno 1823, fu tentato da me dimostrare. - Vedere VIA FRANCESCA.
Contuttociò ninna memoria ci avvisa, se Scauro fu il continuatore della Via Aurelia nuovi, a partire dai contorni della Val di Fine, ossivero dal Foro Aurelio presso Montalto dove terminava l' Aurelia vecchia. Certo è che per antica tradizione nelle toscane Maremme si chiama Via Aurelia la regia Maremmana da Montalto a Grosseto, e dicesi Via Emilia la stessa via da Grosseto fino a Pisa, ecc.
Quando che si conservassero i cippi miliari, stati collocali nell'anno 140 di G. C. lungo la Via Emilia dall'Imperatore T. Antonino Pio, e più ancora, se i medesimi restassero in posto lungo il littorale toscano, si potrebbe riconoscere non solamente il vero andamento, ma lino dove quell' imperatore fece restaurare ed ampliare la Via Aureliaa nuova. Inoltre da quei colonnini si scoprirebbe, se la stessa via fosse stata appellata Emilia sino al Foro Aurelio, oppure fino all'Ombrone.
Frattanto dall'iscrizione del cippo di sopra citato siamo avvisati, che l' Emilia sino dai tempi dell' Imperatore Antonino era per vecchiezza guasta e disfatta; e che tale fosse ritornata quasi tre secoli dopo, all'epoca cioè dell'ingresso de' Goti in Italia, lo asseriva Rutilio Numaziano nel viaggio che fra l' anno 415 o 420 dell' Era cristiana, intraprese da Roma in Francia perla via di mare;

quoniain (diceva egli) terrena viarum,
Plana madent fluviis, cautibus alta rigent;
Postquam Tuscus ager, postquam AURELIUS AGGER
Perpessus Geticasense, vel igne manus,
Non silvas domibus, non flumina ponte coercet,
Incerto satius credere vela mari, etc.

Quindi è che dopo la metà del secolo IV i municipj di Luni e di Pisa dovettero far restaurare a loro spese de' tronchi di strade antiche, siccome lo provano due marmi pubblicati dal Muratori e dal Chimentelli.
Premesso lutto ciò, fia inutile ripetere ciò che altri prima e meglio di me scrissero sulle mansioni diverse lungo la Via Aurelia vecchia e nuova, cioè, da Roma fino ai monti della Liguria orientale, che Vopisco chiamò (non so per quale equivoco) Alpi marittime, tostochè dove cessa la Toscana terminano del tutto i grandi campi fertili e selvosi lungo la detta Via, siccome tali furono chiamati dal biografo dell'Imperatore Aureliano: Etruriae per Aureliam usque ad Alpes maritimas ingenles agri sunt, hique firtiles, et silvosi; tostochè fra Lerici e Turbia, là dove cominciano le Alpi Marittime, non s'incontrano lungo la Riviera le minime tracce di Vie antiche e consolari. Furono indicati da noi alcuni remoti avanzi della Via Aurelia nuova sotto il poggio dell'Ansedonia, o della città di Cosa, all' Alberese, nel tombolo di Castiglione della Pescaja, nel padule di Scarlino, al ponte di Fine, alla Torretta, al Lago di Porta, al Frigido ecc. sotto gli Articoli COSA, GROSSETO, PADULE DI CASTIGLIONE DELIA PESCAJA, SCARLINO (PADULE DI) MARMIGLIAJO, TORRETTA, LAGO DI PORTA, FRIGIDO, LUNI, ecc.
Alle quali notizie posso ora aggiungere ciò che fu osservalo recentemente dal mio illustre amico dott. Antonio Salvagnoli.
I saggi falli ad inchiesta di lui nella tenuta dell'Alberese di S. A. I. e R. furono tra Collecchio ed il fiume Ombrone, e precisamente nel luogo chiamalo le Pianacce, i quali diedero i seguenti resultati.
La Via Aurelia è costruita sopra un argine alto due braccia (Via aggerata, come da Rutilio fu dichiarata, Aurelius Agger). Era di larghezza circa braccia 7, fiancheggiata da una guida di grosse pietre, ed il cui piano stradale fu coperto di pietre per ritto e confitte con terra; tutta l'altezza fra la massicciata ed il piano della strada trovossi di soldi 11 circa a braccio toscano. - Passato il poggio dell'Alberese venendo verso l'Ombrone, la Via Aurelia si dirigeva sulla riva sinistra del fiume presso l'antica torre della Trappola, dove esistono tuttora gli avanzi delle testate di un ponte di materiale che il volgo chiama il Ponte del Diavolo, appellando anche quel tronco Via del Diavolo .
Di qua dall' Ombrone la stessa Via attraversava il tombolo per incamminarsi a Castiglion della Pescaja (il Salabrone del medio evo, e forse il porto, o scalo di Labrone di Cicerone). Le sue tracce lungo dello tombolo sono ancora più manifeste nella tenuta Ferri, denominala l' Unguentina; il che serve di conferma a quanto fu detto all' Articolo PADULE DI CASTIGLIONE DELLA PESCAJA.
A ponente di Castiglione della Pescaja (soggiunge P amico) si conservano grandi pietre del lastrico antico della Via Aurelia, la quale passava lungo il littorale fino al Pian d'Alma, dove poi s'internava per attraversare quella vallecola e quindi ritornare verso il lido, poscia padule di Scarlino.
Se per altro da tali notizie non si può apprendere tutto l'andamento preciso della Via Aurelia nuova lungo le Maremme toscane, né quali e dove fossero le sue stazioni, si ha motivo per altro di supporre ch'essa costeggiasse gran parte del littorale fra l'Alberese, il Tombolo di Castiglione della Pescaja ed il Pian d'Alma, e che vi tornasse fra la Torre S. Vincenzio e Vada, giacché in quelle contrade furono trovali avanzi di un'antica strada militare. Lo stesso dicasi delle tracce più note restate insieme ad alcuni cippi miliarj lungo la contrada percorsa dalla Via Emilia fra il Ponte della Fine e Colle Salvetti, come pure nella Via Silcia del Frigido ed in quella diretta a Luni, non che nella strada selciata, ed attualmente sommersa nel Lago di Porta Beltrame, i quali ultimi tronchi correvano tutti vicini al lido del mare.
Non starò a intrattenere più oltre il lettore sulla diversità de' nomi, né rispetto al sito e alle distanze delle varie stazioni segnate in cotesta Via nella Tavola Peutingeriana e negl' Itinerarj antichi sapendo ognuno quanto poco vi sia da contare su quegli stracci informi di antichità.
Contuttociò agli Articolo FINE (Ad Fines), Piscine in Val di Fine e TORRETTA in Val di Tora, furono indicati quei luoghi come altrettante stazioni esistite fra Vada e Pisa lungo la Via Emilia, o dir si voglia Aurelia nuova.
Alle quali cose stimo opportuno di aggiungere; che rispetto alla mansione (PISCINE, AD PISCILIAS ) sembra assai probabile che essa derivasse il nome dal torrente Pescera tributario del fiume Fine sotto il ponte omonimo, il quale serve di passaggio alla Via Emilia, o Aurelio nuova presso la base a grecale del poggio di Rosignano.
Cotesta strada finalmente nel tronco più occidentale variò i nomi di Via Aurelia e di Emilia Scaura in quello di Via Clodia, cui più tardi furono sostituiti gli altri di Via Romea, o Francesca, per essere la stessa Via praticata dai pellegrini che d'oltremonti varcando l'Appennino di Pontremoli si recavano talvolta per Lucca, l'Altopascio, la Val d'EIsa e Siena, tale altra per Pisa e la Maremma, alla visita della santa città di Roma. - Vedere VIA FRANCESCA.
Già dissi all'Articolo ORBETELLO Comunità, che fra le strade rotabili, le quali attraversano il territorio Orbetellano, la prima era la Via Aurelio nuova stata nel 1820 rettificata, ampliata e riparata per le cure del Granduca Ferdinando III, a partire dall' Ombrone sotto Grosseto fino all'ingresso dell'istmo di Orbetello; e che la ricostruzione della stessa Via Aurelio, ora regia ed in parte provinciale Maremmana, da Grosseto a Pisa, e dall'istmo di Orbetello sino al confine del Granducato con lo Stato Pontificio è stata una delle tante opere magnanime dovute all'Augusto LEOPOLDO II felicemente regnante. - Vedere VIA REGIA E PROVINCIALE MAREMMANA, e VIA REGIA DA LIVORNO A VADA.

Nella Classe II. delle VIE REGIE NON POSTALI alla VIA R. EMILIA si legga che essa è Regia, a partire dalla sua congiunzione con la Via R. del Littorale al Quadrivio di Colle Mezzano innanzi di arrivare al ponte sulla Cecina fino a Grosseto, nel qual tragitto percorre non già miglia 32, ma miglia 60, e da Grosseto al confine Pontificio sotto nome di VIA AURELIA corre per lo spazio di miglia 39 circa. - Totale miglia 99 circa.