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La Roccaccia di Selvena (Castell’Azzara – GR)

24 giugno 2012

Relazione della campagna 2000 e revisione delle precedenti.

Lo scavo di Selvena è un progetto realizzato in collaborazione dall’amministrazione comunale di Castell’Azzara (concessionario di Scavo) e il Dipartimento di Archeologia e Storia delle Arti dell’Università di Siena. La direzione scientifica era stata affidata al Prof. Riccardo Francovich, il coordinamento al Dott. Carlo Citter e la documentazione di scavo a Floriano Cavanna, le indagini storiche al Dott. Roberto Farinelli. Di seguito, è stato riportato un elenco delle varie aree di scavo corredato da un breve descrizione.

  • Area 1 : l’area 1, interamente indagata nella campagna di scavo 1997, è compresa tra la torre est e il palazzo. Le strutture murarie hanno individuato una serie di momenti costruttivi che si estendono dalle prime fasi di vita del castello al periodo rinascimentale, mentre gli strati di vissuto indicano una frequentazione posteriore al XVII secolo.
  • Area 300 – settore A: Il settore considerato comprende, la cisterna A e l’area di accesso alla stessa.
  • Area 300 – settore B: L’area 300 si estende dalla torre quadrangolare a est fino all’edificio romanico a ovest (settore C); nell’ambito di quest’area il settore B occupa la zona antistante il palazzo.
  • Area 300 – settore C: Il settore C dell’area 300, scavato parzialmente durante la campagna 2000, è situato ad ovest dell’area signorile, nei pressi della seconda cisterna, ed è stato determinato dall’allargamento del settore B.
  • Area 200 – la torre ovest e riferimenti all’area del palazzo: Una delle strutture indagate durante la campagna di scavo svoltasi nel 1997 è la torre ovest, situata nella porzione occidentale del sito e denominata area 200.

Una prima indagine sugli elevati di Selvena è stata condotta durante la campagna 1997 a cura di Giovanna Bianchi che ha interessato per lo più il palazzo e il muro di cinta dell’area sommitale. In questa sede si intende presentare una serie di campioni di tecniche costruttive funzionali alla creazione di una vera e propria tipologia da confrontare con gli altri castelli del territorio circostante. Le tecniche campionate vengono raggruppate per fasce cronologiche. Le datazioni sono preliminari, pertanto mantengono margini piuttosto larghi. Le prime tre, per le loro somiglianze, si possono posizionare cronologicamente nell’arco di tempo che va dalla fine dell’XI alla metà del XII nel seguente ordine: torre est, recinto, torre ovest. Questa accuratezza nella tessitura viene in parte meno nelle tecniche 4-7 che possiamo collocare fra metà del XII e la fine XIII, per poi diminuire nelle ultime due (8-9).

I dati di scavo consentono di formulare alcune ipotesi più concrete sulla formazione del primo nucleo castrense, sebbene ancora non si siamo in grado di cogliere l’aggancio con la documentazione archivistica per i secoli IX-XI. Le attestazioni più antiche a livello di stratigrafia non sono anteriori alla fine del XII secolo e si riferisco ad una frequentazione dall’area antistante il palazzo aldobrandesco, in un contesto che è ancora tutto da chiarire. Sembra di poter cogliere elementi di un piano recinto realizzato con materiale lapideo non lavorato, legato con argilla o a secco, quindi inquadrabile in un contesto tecnologico povero e più vicino ai modelli altomedievali che alle opere romaniche di cui peraltro abbiamo una cospicua documentazione archeologica a Selvena.

Quello che ci appare invece più articolato è il successivo sviluppo dell’abitato romanico nel corso del XII secolo, cioè il fenomeno noto come secondo incastellamento. La realizzazione di un recinto in pietra che univa le due torri (articolato in almeno due fasi costruttive la più recente delle quali è forse da imputare ad una ricostruzione a seguito di un evento piuttosto traumatico quale potrebbe essere l’assedio del 1241 o un terremoto) non è più un fenomeno isolato, ma si può associare all’impianto di una cinta muraria che chiudeva parti dell’area sommitale e che forse già prevedeva un accesso principale in corrispondenza di quello attuale. La forma appuntita dello spigolo sudest, suggerita peraltro dalla conformazione del pianoro, potrebbe nascondere strutture difensive poi soppiantate dall’imponente torre pentagonale. Di fronte al recinto che univa le due torri sono emerse elementi che fanno ipotizzare la presenza di una serie di lotti di edifici che seguivano il pendio a raggiera, sul modello delle pianificazioni di abitazione romaniche di impianto signorile, e a queste potremmo associare anche la cisterna B, ma non abbiamo ancora scavato tutta l’area, quindi manteniamo per il momento sospeso il giudizio. Sulla natura e la funzione del recinto fra le due torri, le successive asportazioni dei livelli pavimentali interni e le frequentazione fino a tempi recenti rendendo impossibile formulare ipotesi. Sulla base delle tracce visibili negli elevati superstiti possiamo solo dire che il muro nord aveva un ballatoio esterno, mentre la torre ovest era in collegamento con l’interno, almeno nella seconda fase.

L’ultimo intervento di rilievo riferibile a questi periodi e la costruzione della grande torre pentagonale che per la presenza di conci lavorati a bugnato finestrelle ad arco ogivale sembra collocabile intorno alla metà del XIII secolo. Attribuita in genere a maestranze federiciane venute al seguito delle truppe che assediarono il castello nel 1241, essa trova stringenti confronti con altre regioni d’Italia, sopratutto nel centro nord. Sulla base dei dati archeologici e documentari, per il moneto pensiamo che gli ultimi anni del XIII secolo e più probabilmente i primi decenni del XIV siano per Selvena il moneto di massima espansione, a differenza di molti altri castelli toscani che proprio allora videro l’inizio di una irreversibile crisi. Seppure il termine può sembrare audace, potremmo forse parlare di un “terzo incastellamento”, dando a questa definizione un significato circoscritto al sito in esame e più vicino all’accezione di una complessa e articolata fase di ridefinizione urbanistica. L’edificazione del palazzo signorile sui resti del recinto romanico determinò la trasformazione dell’intera area sommitale in area di servizio alle strutture signorili, mentre furono progettati, ma non sappiamo se e in che misura furono abitati, due borghi cinti da mura che aumentarono di sei volte l’area difesa, con terrazzi, lotti di edifici, forse anche la chiesa sul luogo di quella di età moderna.

Relazione preliminare della campagna 2001

La campagna 2001 ha proseguito gli scavi nei settori aperti nel 2000. L’obbiettivo era di comprendere il minto raggio sulla sedimentazione che si era depositata davanti al palazzo signorile. Raggiungere il livello della roccia di base significa in primo luogo cercare le tracce di una eventuale frequentazione altomedievale. Questa appare a tratti in modo ancora non quantificabile né in termini cronologici (i pochi reperti sono infatti in giacitura secondaria), né tantomeno in termini di stratigrafie o strutture. Abbiamo però alcune informazioni in più su come era stata definita la struttura topografica del castello a partire dal pieno XII secolo in poi e abbiamo completato la campionatura delle tecniche costruttive, concentrando infine gli sforzi sulla lettura stratigrafica del palazzo, cominciata nel 1997 e ora resa possibile dall’asportazione integrale dei ponteggi e dalla creazione di una periodizzazione basata sui dati di scavo. Il quadro complessivo che emerge dall’analisi degli elevati è di una estrema varietà di tipologie e tecnologie riconducibili al generico termine di “romanico” che necessiterà in futuro un più appropriato inquadramento sia sul versante cronologico sia su quello, assai più affascinante delle maestranze e delle committenze.

Bibliografia:

Scaricabili:

Non scaricabili:

  • Citter et al. 2001 “La Roccaccia di Selvena (Castell’Azzara – GR): relazione della campagna 2000 e revisione dei dati delle precedenti” in Archeologia Medievale XXVIII, Firenze, pp. 191-224.
  • Citter et al. 2002 “La Roccaccia di Selvena (Castell’Azzara – GR): relazione preliminare della campagna 2001″ in Archeologia Medievale XXIX, Firenze, pp. 169-187.